15 novembre 2006

L'albero di Natalino

Era un ometto insignificante come lo sono tutti gli ometti, i quali altrimenti sarebbero "omoni che incutono rispetto" o addirittura "grandi uomini".
Il padre gli aveva dato il nome del cantante preferito: Natalino Otto. Ma il nostro ometto non avrebbe mai amato lo swing italiano, e in aggiunta con il passare degli anni sviluppò come un seno, e coltivò come un orto un complesso d'inferiorità senza confini nei confronti di chi aveva ricevuto dalla vita il dono di chiamarsi Natale. Magari senza neppure esser nato - come lui - il 25 dicembre, anche se il padre di Natalino non si chiamava nè Dio nè Giuseppe, e la madre (ma quale Maria, Jole!) l'aveva lasciato a quattro anni con quel genitore sempre sopra le righe per seguire un venditore ambulante di croccanti nelle sagre di paese.
Complesso o non complesso, però, il Natale mancato finì per diventare - suo malgrado riconoscendosi nell'odiato diminutivo - un perfetto Natalino: impiego al Monte dei Pegni, camera ammobiliata sui Navigli (non ancora di moda), donne poche e sempre a pagamento.
Poi arrivò quell'inverno, nel quale l'ometto decise di riscattare in un colpo solo una vita di stenti morali e materiali: a Milano il più bell'albero di Natale sarebbe stato il suo.
A trovarlo fu un operaio del Comune, incaricato a metà gennaio di staccare le decorazioni dall'abete di piazza del Duomo. Natalino era riuscito a salire su su, fino in cima. Stecchito dal gelo, stringeva ancora nella mano destra la coda della cometa. E sorrideva.

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