"Antoine, Antoine". Al richiamo, tenendo saldamente il codino nemico, uno dei ragazzi sbucati dalla boscaglia si voltò per conquistare l'approvazione del comandante. "Gliel'abbiamo fatta vedere, eh...".
"...eh sì, che gliel'abbiamo fatta vedere!". Il vecchio soldato sorrise al sigaro mezzo spento, continuando a lisciarsi meccanicamente la coscia. Tante battaglie aveva affrontato: molte vinte, qualcuna persa. Ma quel combattimento a palle di neve gli era caro quanto la più sofferta delle vittorie. Per la prima volta l'aveva ammirato all'opera: piccolo, furbissimo stratega.
L'avrebbe ritrovato, qualche anno dopo Brienne: il vigoroso artigliere che aveva preso il posto del collegiale tutto nervi, riconobbe nel Generale il condottiero di quell'esercito imberbe e infreddolito. Da allora, fu sempre con lui. Nell'euforia di Montenotte e nella disperazione di Abukir, nella fresca penombra di Notre-Dame e nel sudore di Baviera. Devoto e silenzioso testimone dell'altrui irresistibile ascesa.
Questo e altro pensava il vecchio soldato, fumando in faccia al sole che stava calando, come giorno dopo giorno calava la sua vista di falco. "Antoine, Antoine". Finalmente udì l'amata moglie che lo voleva per la cena. "Un momento, un momento, non ho ancora salutato il mio Generale", rispose alla donna che faticosamente si stava abituando alle sue stranezze. "Ha perso la testa per un'ombra... Povero marito mio", sospirò continuando a mescolare la minestra di pomodori.
Se avesse saputo... Prima di addormentarsi per sempre, quel piccolo uomo triste che una volta era stato il Generale e l'Imperatore aveva visitato i volti e i luoghi, le dame e le battaglie di una vita. In un respiro aveva riassaporato i profumi e gli aromi, in un fremito s'era ritrovato sulla pelle gli unguenti e le carezze. Ma l'ultimo pensiero, lo aveva conservato per quel gioioso combattimento sulla neve di Brienne. E l'ultimo saluto, Napoleone lo aveva rivolto al ragazzo Antoine, precoce custode della sua grandezza.
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