15 novembre 2006

The show must go on *

Il ragazzo alza lo sguardo verso di noi, verso dove sa che noi siamo, e ci mostra il medio della mano destra e quello della sinistra, le unghie smaltate di nero. Il piercing sul labbro inferiore luccica nella penombra. Forse sorride, ma è un ghigno che inquieta.
Dall'alto, dove virtualmente ci troviamo, si vede che presto il ragazzo comincerà a perdere i capelli proprio in mezzo a quella testa che offre di continuo alla nostra impazienza.
"Ma qui non succede un cazzo", protesta il mio vicino, che ogni tanto per fare qualcosa si gratta dietro l'orecchio destro.
Adesso il ragazzo ci ignora: la testa non si muove più avanti e indietro nella nostra direzione, ma segue fissa l'evolversi della discussione sul video di un computer che non riusciamo a vedere.
Nonostante il nu-punk, sentiamo però almeno il rumore dei tasti, che il ragazzo pigia come un ossesso.

* Il problema è che non so come farlo continuare. Spunti e prolunghe sono ben accetti nei commenti.

Il gatto traditore

"Questa volta non me la farai", pensò Rebus fregandosi le mani, mentre apriva la finestra al gatto. Non era stato facile, ma alla fine quel geniaccio di Jaf era riuscito nell'impresa: Scat sarebbe stato il primo micio a portarsi in giro una microcamera, contenuta nel microzainetto che l'"Inventore" gli aveva fissato sul dorso.
"Sono convinto che Scat conduca una doppia vita", aveva confidato Rebus all'amico, aggiungendo sconsolato: "Come scoprirlo?". "Lascia fare a me", lo rincuorò Jaf. Detto, progettato e fatto, in meno di due settimane.
Erba, un muretto, asfalto, pneumatici: lo spettacolo non era dei più avvincenti, ma Rebus sapeva di doversi abbassare al livello di un gatto. Asfalto, scarpe, pattini a rotelle, un altro micio...
Rebus accese una sigaretta, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. Fece bene. Scat si era fermato davanti a una porta, la porta si aprì e due pantofole pelose esclamarono: "Finalmente! Dove sei stato, brutto gattaccio?". E una mano allungò a Scat-il-traditore un piattino di latte. Pure sbeccato.

Chatman

Jamie entrò nella stanza: c'erano Amparo, The_Kid, Nathan, Floyd e Tango. "Ciao a tutti", Jamie digitò sulla tastiera. "Hallo, Jamie", salutò The_Kid, poi fu la volta di Tango: "Jamie, bentornato" e, via via, tutti gli altri.
Andarono avanti per un po', digitando del più e del meno; Tango e Floyd facevano i galletti multimediali con Amparo, l'unica donna della compagnia, vanificando gli sforzi di Jamie per tenere alto il livello della conversazione.
Suonarono le due: "Se mi scopre il guardiano notturno, lo dice al Capo", pensò Chatman. E, prima di coricarsi sulla branda, scollegò i suoi alter ego dalla zone e spense i sei computer.

Atto di contrizione

Scivolò silenziosamente nel suo letto, come faceva ogni notte da un paio di settimane, e subito cercò quel culone pastoso, nel quale affondare le mani fino a sentirle un tutt'uno con quella matassa di carne tremolante.
Lei, come le altre volte, non disse una parola, ma il suo respiro sempre più affannoso durante un successivo armeggiare gli fece capire che c'era. E ci fu, eccome se ci fu, quando si fece largo dentro di lei, accolto da un torrente di desiderio.
L'orgasmo arrivò in silenzio, per non svegliare le altre suore. E dopo che il giovane seminarista ebbe lasciato il suo letto, silenziosamente come si era presentato, la Superiora si ripromise che non gli avrebbe più concesso di farla peccare così. Poi, recitato un atto di contrizione, si girò sull'altro fianco e si addormentò.

Testa a testa

"Sa, cara signora, che ha proprio una bella testa?", cinguettò il coiffeur Reno riportando all'ordine, con uno stizzito colpetto di spazzola, una ciocca ribelle finita in fuorigioco sulla tre quarti destra della nuca di Mrs. Flou.
"Oh, ma se avesse una brutta testa certo non la pettinerei", aggiunse subito dopo il parrucchiere, asciugandosi con uno svolazzo del mignolo l'invisibile goccia di sudore che stava rovinandogli la simmetria della fronte.
"Porti pazienza ancora un istante, mia cara", si spazientì per la ciocca recidiva, che non voleva proprio saperne di restare nel mucchio. "Sai che faccio? Ti taglio". E... zac, niente più ciocca, anche se di solito evitava di ricorrere a quell'espediente da barbiere dell'esercito.
Ma quando ci vuole ci vuole, e dopo quel colpo di forbice la testa di Mrs. Flou era perfetta. Così Reno la tolse dalla falsa colonna, l'avvolse amorevolmente in un foglio di cellophane e la sistemò nel congelatore, insieme alle altre. Poi consultò l'agenda: "Vediamo un po'... ore 15, Mrs. Rainbow".

L'albero di Natalino

Era un ometto insignificante come lo sono tutti gli ometti, i quali altrimenti sarebbero "omoni che incutono rispetto" o addirittura "grandi uomini".
Il padre gli aveva dato il nome del cantante preferito: Natalino Otto. Ma il nostro ometto non avrebbe mai amato lo swing italiano, e in aggiunta con il passare degli anni sviluppò come un seno, e coltivò come un orto un complesso d'inferiorità senza confini nei confronti di chi aveva ricevuto dalla vita il dono di chiamarsi Natale. Magari senza neppure esser nato - come lui - il 25 dicembre, anche se il padre di Natalino non si chiamava nè Dio nè Giuseppe, e la madre (ma quale Maria, Jole!) l'aveva lasciato a quattro anni con quel genitore sempre sopra le righe per seguire un venditore ambulante di croccanti nelle sagre di paese.
Complesso o non complesso, però, il Natale mancato finì per diventare - suo malgrado riconoscendosi nell'odiato diminutivo - un perfetto Natalino: impiego al Monte dei Pegni, camera ammobiliata sui Navigli (non ancora di moda), donne poche e sempre a pagamento.
Poi arrivò quell'inverno, nel quale l'ometto decise di riscattare in un colpo solo una vita di stenti morali e materiali: a Milano il più bell'albero di Natale sarebbe stato il suo.
A trovarlo fu un operaio del Comune, incaricato a metà gennaio di staccare le decorazioni dall'abete di piazza del Duomo. Natalino era riuscito a salire su su, fino in cima. Stecchito dal gelo, stringeva ancora nella mano destra la coda della cometa. E sorrideva.

L'attesa 2

La fronte imperlata di sudore, il boccale imperlato di birra, l'uomo era in attesa a un tavolino del bar vagamente liberty della stazione. Era grasso e indossava un abito chiaro, che - sebbene il sarto ce l'avesse messa tutta - lasciava le cose come stavano. A complicare la situazione provvedevano il panama troppo piccolo che sovrastava quel testone e le pozze formatesi sotto le ascelle, due mezzelune umide e giallastre che la sua vicina di tavolo notava con disgusto quando l'uomo alzava il bicchiere o infilava indice e medio della mano sinistra nel colletto della camicia.
Ma allora perché la donna, che stava leggendo l'inserto femminile di un quotidiano maschile, si era interrotta alla pagina delle terrazze-giardino e aveva iniziato a sporgersi impercettibilmente, ma costantemente nella direzione dell'altro? In un paio d'ore gli si sarebbe seduta in braccio, ma si fermò con largo anticipo.
"Sto aspettando mio figlio, sa", affermò con una punta di sussiego fuori luogo l'uomo grasso e sudato, che alla donna sembrava d'aver visto in un salotto televisivo, neanche ricordava più quale. Risolvendo con una certa eleganza una sopraggiunta gassosità da birra, l'uomo - di professione scrittore, ma guai a chiamarla così, la sua naturalmente era purissima arte -, rivolgendosi più a se stesso che all'occasionale compagna di conversazione, aggiunse: "Non lo vedo da un po'".
Per non sembrare scortese, la donna s'informò: "È stato in vacanza?". "Questo non glielo so dire - la meravigliò lo scrittore -. Veramente non lo vedo da sei o sette anni". A questo punto la donna doveva scegliere: fregarsene suo malgrado, e - in attesa del treno - riprendere la lettura dell'inserto patinato; soddisfare la propria dirompente curiosità, e buttar lì un paio di domande, quelle giuste.
Non ce ne fu il tempo: il treno superveloce, in un disperato stridore di freni, arrivò a destinazione e anche oltre. Regalando allo scrittore, che purtroppo non l'avrebbe mai saputo, l'onore del titolo di apertura nella prima pagina del giornale locale, e alla sua curiosissima vicina di tavolo il primo e ultimo briciolo di notorietà, sia pure in coabitazione.

L'attesa 1

Lo scrittore grasso sudava. Vestito di chiaro, con il vezzo del panama purtroppo per lui più piccolo di un'incollatura, sembrava un poliziotto sudamericano pronto per un appostamento al "Mocambo". Faceva caldo nella metropoli, quella domenica d'agosto, un caldo di quelli che t'incollano la maglietta della salute alla ciccia della schiena, se disponi di entrambe.
Ma lo scrittore, che pure era ben fornito, sudava anche e soprattutto per un altro motivo: il treno superveloce che aspettava tracannando una birra dopo l'altra, gli stava portando suo figlio. Non lo vedeva da anni, da quando aveva lasciato lui e la madre nell'ottusa città di provincia, per seguire più da vicino - s'era giustificato - le sorti del romanzo in grado di dargli la celebrità. Ma un mese prima la donna era morta in un incidente stradale, e i nonni avevano deciso che il ragazzo dovesse vivere con quel padre più stronzo che famoso.
"Come sarà? Mi assomiglierà? No, no, assomiglia da sempre a sua madre, non credo proprio che crescendo un ragazzo possa cambiare così drasticamente... E perché non arriva? Sono già alla quinta birra, questo treno che ha preso sarà superveloce, ma potrebbe pure spicciarsi. Lo so, lo so, sono arrivato con un'ora di anticipo, ma ricordavo male quel che mi aveva detto l'altra mattina per telefono. Anzi, me l'ero proprio scordato, già tanto che non ho sbagliato giorno... Cazzo, non avrò sbagliato giorno? No, impossibile, ho pensato che la sera avrei dovuto decidere se mollarlo in albergo, o portarlo con me nello studio televisivo dove registrerò una puntata di quel talk show per pubblicizzare il mio nuovo romanzo. La registrazione è stasera, ergo lui sarà qui nel pomeriggio. Ma presto, fa troppo caldo. Che venga a togliermi da questo limbo penoso. E questa donna? Sta male o vuole chiedermi qualcosa?".
La donna stava benissimo, voleva solo chiedergli se fosse effettivamente lo scrittore tal dei tali che una volta ogni sei mesi era ospite di quel salotto televisivo. Ma il treno superveloce arrivò se possibile ancora più velocemente, e rase al suolo lui, lei, il bar e l'edicola della stazione, lasciando un ragazzo di vent'anni completamente orfano e passabilmente ricco.

Il gioco di Napoleone

"Antoine, Antoine". Al richiamo, tenendo saldamente il codino nemico, uno dei ragazzi sbucati dalla boscaglia si voltò per conquistare l'approvazione del comandante. "Gliel'abbiamo fatta vedere, eh...".

"...eh sì, che gliel'abbiamo fatta vedere!". Il vecchio soldato sorrise al sigaro mezzo spento, continuando a lisciarsi meccanicamente la coscia. Tante battaglie aveva affrontato: molte vinte, qualcuna persa. Ma quel combattimento a palle di neve gli era caro quanto la più sofferta delle vittorie. Per la prima volta l'aveva ammirato all'opera: piccolo, furbissimo stratega.
L'avrebbe ritrovato, qualche anno dopo Brienne: il vigoroso artigliere che aveva preso il posto del collegiale tutto nervi, riconobbe nel Generale il condottiero di quell'esercito imberbe e infreddolito. Da allora, fu sempre con lui. Nell'euforia di Montenotte e nella disperazione di Abukir, nella fresca penombra di Notre-Dame e nel sudore di Baviera. Devoto e silenzioso testimone dell'altrui irresistibile ascesa.
Questo e altro pensava il vecchio soldato, fumando in faccia al sole che stava calando, come giorno dopo giorno calava la sua vista di falco. "Antoine, Antoine". Finalmente udì l'amata moglie che lo voleva per la cena. "Un momento, un momento, non ho ancora salutato il mio Generale", rispose alla donna che faticosamente si stava abituando alle sue stranezze. "Ha perso la testa per un'ombra... Povero marito mio", sospirò continuando a mescolare la minestra di pomodori.
Se avesse saputo... Prima di addormentarsi per sempre, quel piccolo uomo triste che una volta era stato il Generale e l'Imperatore aveva visitato i volti e i luoghi, le dame e le battaglie di una vita. In un respiro aveva riassaporato i profumi e gli aromi, in un fremito s'era ritrovato sulla pelle gli unguenti e le carezze. Ma l'ultimo pensiero, lo aveva conservato per quel gioioso combattimento sulla neve di Brienne. E l'ultimo saluto, Napoleone lo aveva rivolto al ragazzo Antoine, precoce custode della sua grandezza.

La Caduta

Precipitava. Lontano, sul prato bagnato dalla notte, uomini e donne guardavano dalla sua parte, senza vedere nulla. Seduti su panche di pietra, davanti al cupo santuario del Rimorso, ascoltavano il prete cattolico che urlava parole di sfida.
La scena fece deviare il corso dei suoi pensieri, mentre attraversava in un lampo mondi mai visti. Ricordò le parole dell'Anziano: "La Caduta è un'esperienza che non dimenticherai". Fu in quel momento che il lago l'accolse, lavò via la polvere cosmica dalla sua fronte, rinfrescò la sua gola.
Abbagliato da quella luce, un bambino che non riusciva a prendere sonno espresse un desiderio. La stella cadente, esausta, riposava sul fondo. Fra non molto gli Anziani avrebbero gettato una rete per riportarla a casa.