01 settembre 2005

Un immenso favore

Il mio amico d'infanzia Custardoy diventa ogni giorno più pazzo e secondo me non c'è alcun dubbio che presto o tardi andrà a finire molto male. Mentre gli raccontavo dei gravi problemi che mi stava dando un potente personaggio della città deciso a perseguitare me e i miei parenti, l'imprenditore Jauralde, non gli venne in mente nient'altro che interrompermi a metà del discorso e dirmi: "Fermati qui. La storia di per sé non mi interessa, ne ho sentite di peggiori e anche di più strane. Però conosco la persona che ti può aiutare a risolverla. Te lo presento domani, lascia fare a me. Se interviene lui, non avrai più fastidi né persecuzioni".
Il giorno dopo ci incontrammo di nuovo nello stesso posto, uno dei bar del Hotel Palace di Madrid. Sono sempre tutti così affollati di gente che tratta affari importanti e discute di accordi e strategie segrete, che lì nessuno ha il tempo o la voglia di mettersi ad ascoltare quelli del tavolo accanto, ne hanno abbastanza di quello che si dice al loro. Quando arrivammo, la persona di cui mi aveva parlato ci stava già aspettando. Custardoy non aveva voluto dirmi niente - questo è molto tipico di lui - ma date le sue molte e varie conoscenze immaginavo che si trattasse di un qualche collega di Jauralde in grado di far pressione o avere un ascendente su di lui. L'uomo aveva posato una valigetta di sicurezza su una poltrona, si era piazzato a un tavolo da sei, nonostante fossimo solo in tre. Era vestito in modo tradizionale, in giacca e cravatta - una cravatta gialla piena di uccellini, l'unica cosa colorata - sembrava ricco ma trascurato, la giacca e i pantaloni, di eccellente qualità, erano lucidi per l'uso in alcuni punti. Custardoy me lo presentò come il signor Garay, ma questo non deve essere il suo vero nome e neppure uno pseudonimo abituale. Aveva circa quarant'anni e i capelli molto radi, che cercava di nascondere gonfiandoli, forse usava uno shampoo volumizzante, come lo chiamano, almeno credo. Portava un paio di occhiali con la montatura trasparente, che nel parlare scivolavano dalla cima alla punta del naso lucido di grasso, sfruttando la piccola gobba come un trampolino.
Dopo qualche banalità sul tempo (ma se aveva così caldo, perché non si toglieva la giacca?) e uno svogliato sondaggio sulla mia fede calcistica (il signor Garay con me però cascava male, le alterne vicende di Atletico e Real mi lasciavano assolutamente insensibile), finalmente arrivammo al dunque: "Il nostro comune amico Custardoy afferma che lei ha un problema con quel Jauralde", disse senza preoccuparsi di controllare il tono della voce, che a sorpresa risultò calda e pastosa.
"Non siamo qui per questo?", mi scappò detto con appena una punta d’irritazione, non prima d’aver ispezionato con occhiate apprensive i tavoli vicini, per capire se qualcuno l’avesse sentito. E in ogni caso il signor Garay finse d’ignorare, o forse proprio non si curò della mia reazione.
"Come vorrebbe risolverlo, questo suo problema?", mi chiese, e continuò: "Se posso darle un consiglio, scelga la soluzione definitiva. Sì, non lo nego, è la più costosa, ma quell’uomo smetterà di perseguitarla", e detto questo riprese a fissarmi con quei due occhi da rettile che aveva.
Lo confesso, ero turbato: Garay non mi piaceva, anzi, se devo essere sincero quell’uomo addirittura mi ripugnava, e m’innervosiva la sua valigetta, che per tutto il tempo aveva discretamente tenuto d’occhio.
"Non vorrà mica...", ma per l’agitazione non riuscii a completare la frase. "Si rilassi, far assassinare il suo Jauralde dal miglior killer sulla piazza di Madrid le costerebbe molto meno, ma crede davvero che risolverebbe definitivamente il suo problema?", dissipò i miei dubbi il signor Garay.
"Scusi, sa com’è, lei stava dicendo che...", farfugliai per azzittirmi quasi subito. Con quell’uomo non aveva senso giustificarsi: gli aspetti emotivi di una conversazione d’affari, più che disturbarlo, parevano non interessargli. Ricapitolai mentalmente: liberarmi di Jauralde mi sarebbe costato un occhio della testa; il signor Garay non avrebbe ucciso o fatto uccidere il mio aguzzino. Mi stavo rodendo dalla curiosità: in che modo quell’uomo ripugnante intendeva aiutarmi? E Custardoy, sapeva proprio tutto dei suoi metodi?
Ero senza parole. Un omicidio. Quell’idiota di Custardoy mi aveva portato un killer. Custardoy mi riempì il bicchiere di vino. "Guarda che questo è l'unico modo per liberarsi di uno come Jaralude. Quello è capace di tutto. Ti può dare fuoco pure al negozio di sport". A quel tempo avevo un negozio di sport ben avviato. Mi sarebbe dispiaciuto. Il killer mi osservava senza espressione e dondolava la testa come uno di quei cani di peluche che stanno dietro al lunotto delle macchine. Custardoy mi strinse il polso. "Stai a sentire a me. Ti levi il pensiero e via". Sudavo. Io mi slacciai due bottoni della camicia. "E quanto costerebbe il servizio?". Il killer aprì di nuovo l'agenda, inforcò degli occhiali d'oro e disse in tono professionale: "Ucciderlo con un fucile di precisione mentre esce la mattina di casa costa centomila dollari più l'affitto della stanza da cui sparo. Qualcosina di più per mettergli una bomba al plastico nella Mercedes. Se vuole una strage familiare, ossia che gli ammazzi anche i tre figli, la nuora, la filippina e Ringo, il Labrador, ce ne vogliono duecentomila". "Costosetta la cosa", mugolai. Custardoy mi disse con il tono di un venditore d'auto, "Garay è il migliore... Si fa pagare, ma sui risultati puoi stare tranquillo... Fa un lavoro pulito". Tutti quei soldi io non ce l'avevo. Avrei dovuto vendermi il negozio e la casa al mare. "E pagamenti dilazionati ne fa?", chiesi timidamente. "Forse in una soluzione da 48 comode rate mensili, eh?". Il killer fece segno di no con la testa. E Custardoy aggiunse: "Non è professionale". Incominciai a sospettare che quei due fossero in società. Sollevai le spalle. "E allora niente da fare. Non li troverò mai. Quel bastardo di Jaralude continuerà a rendermi la vita un inferno". Mi alzai dal tavolo depresso e bofonchiai un grazie. "Aspetta, non fare così! Una soluzione ci sarebbe. Torna qua", rifece Custardoy. Mi risedetti sbuffando."Tiralo fuori", disse il mio amico al killer. "Cosa?", balbettai. Il killer tirò fuori dalla valigia una bustina piena d'acqua chiusa con un elastico e la poggiò sul tavolo. Dentro ci nuotava un pesce. Come al luna park. Solo che non era un pesce rosso. Ma una specie di palla tutta punte, con le pinne e due occhi grandi e tristi. "Questo qui è un tetradon, un pesce palla che ha una vescica nell'intestino con dentro un veleno così letale che stecchisce in venti secondi un cavallo", disse Custardoy. "Per cento pesetas te lo do. E' un affare". "E che ci faccio?". "Jaralude tutti i giovedì va a mangiare da Hamasey, un ristorante giapponese al centro e ordina sushi. Tu arriverai qualche ora prima di lui e sostituirai il cameriere e gli porterai fettine di tetradon senza levargli la ghiandola e il gioco è fatto". Sorrise, si passò una mano nei suoi capelli voluminosi e disse: "Lo vedi che significa avere degli amici".
Omicidio per omicidio, tra duecentomila dollari e cento pesetas che cos’avreste scelto? E così, sul sedile del passeggero della mia datata berlina mi ritrovai quella palla puntuta, quel micidiale sacchetto di tetrodotossina che avrebbe tolto di mezzo per sempre il mio persecutore, un uomo tanto malvagio che aveva deciso di rovinare me e la mia famiglia senza neanche avermi mai visto in faccia.
Erano le cinque e quaranta del pomeriggio di martedì: avevo meno di due giorni per mettere a punto il piano, e se la fantasia, il coraggio o entrambi fossero venuti meno, avrei rimandato alla settimana successiva. Ebbi però una botta di fortuna: fermo davanti alla vetrina dell’"Hamasey" per un primo sopralluogo, vidi subito un cartello che in uno spagnolo non impeccabile chiamava a raccolta i camerieri disoccupati di tutta Madrid.
Guardai il mio volto riflesso nel grande acquario del ristorante, incrociando di sfuggita lo sguardo rassegnato di un'aragosta: il riporto avrebbe tenuto ancora qualche ora, ero vestito in modo presentabile, ma soprattutto – grazie a mia madre buonanima – potevo vantare tratti orientali che, pensavo, mi avrebbero dato una mano. Andò tutto liscio: avrei cominciato la mattina seguente, e dovetti solo convincere mia moglie che per un paio di giorni avrebbe potuto fare a meno di me nel negozio d’abbigliamento sportivo. I nostri affari, del resto, andavano troppo male perché qualche imprevisto li potesse danneggiare più di quanto avevano fatto Jauralde e l’apertura in fondo alla strada di quell’ignobile Mercatone del corpo libero, le cui truccatissime commesse non erano in grado di riconoscere il cotone makò dal filato sintetico più dozzinale.
Mercoledì svanì in un lampo. Prima di tornare a casa per la cena passai a fare visita al tetradon, che avevo parcheggiato nel monolocale dove incontravo la mia amante: come il mio aguzzino, aveva ancora poche ore da vivere. E come lui, lo ignorava.
Fu subito giovedì, il giorno del giudizio. Poco dopo la mezza, con il famelico Jauralde in attesa nella caotica sala da pranzo dell’"Hamasey", il ripugnante sacchetto di veleno neurotossico fu ucciso e sistemato in un piatto con tutta la creatività della quale ero capace. L’imprenditore divorò il "fugu" in un amen, e quasi subito mi presentai davanti al proprietario del ristorante con l’aria più sbattuta che potei: "Non mi reggo in piedi - biascicai -. Sa, la pressione…". Lasciai il locale, inseguito da uno sciame d’insulti in un giapponese da popolino, e mi rifugiai nel monolocale, dove – estrema offesa – pisciai nel vaso che aveva ospitato il tetradon.
La sera, mentre stavo cenando con mia moglie sulla veranda, squillò il telefono: Garay. Jauralde era morto, disse, e subito dopo mi ringraziò: l’imprenditore l’aveva ridotto in miseria, e da tempo sognava d’incontrare un coglione come me, che mettesse in pratica il suo progetto impossibile.

Grassetto: Javier Marìas
Corsivo: Niccolo Ammaniti

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