Il ragazzo alza lo sguardo verso di noi, verso dove sa che noi siamo, e ci mostra il medio della mano destra e quello della sinistra, le unghie smaltate di nero. Il piercing sul labbro inferiore luccica nella penombra. Forse sorride, ma è un ghigno che inquieta.
Dall'alto, dove virtualmente ci troviamo, si vede che presto il ragazzo comincerà a perdere i capelli proprio in mezzo a quella testa che offre di continuo alla nostra impazienza.
"Ma qui non succede un cazzo", protesta il mio vicino, che ogni tanto per fare qualcosa si gratta dietro l'orecchio destro.
Adesso il ragazzo ci ignora: la testa non si muove più avanti e indietro nella nostra direzione, ma segue fissa l'evolversi della discussione sul video di un computer che non riusciamo a vedere.
Nonostante il nu-punk, sentiamo però almeno il rumore dei tasti, che il ragazzo pigia come un ossesso.
* Il problema è che non so come farlo continuare. Spunti e prolunghe sono ben accetti nei commenti.
15 novembre 2006
Il gatto traditore
"Questa volta non me la farai", pensò Rebus fregandosi le mani, mentre apriva la finestra al gatto. Non era stato facile, ma alla fine quel geniaccio di Jaf era riuscito nell'impresa: Scat sarebbe stato il primo micio a portarsi in giro una microcamera, contenuta nel microzainetto che l'"Inventore" gli aveva fissato sul dorso.
"Sono convinto che Scat conduca una doppia vita", aveva confidato Rebus all'amico, aggiungendo sconsolato: "Come scoprirlo?". "Lascia fare a me", lo rincuorò Jaf. Detto, progettato e fatto, in meno di due settimane.
Erba, un muretto, asfalto, pneumatici: lo spettacolo non era dei più avvincenti, ma Rebus sapeva di doversi abbassare al livello di un gatto. Asfalto, scarpe, pattini a rotelle, un altro micio...
Rebus accese una sigaretta, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. Fece bene. Scat si era fermato davanti a una porta, la porta si aprì e due pantofole pelose esclamarono: "Finalmente! Dove sei stato, brutto gattaccio?". E una mano allungò a Scat-il-traditore un piattino di latte. Pure sbeccato.
"Sono convinto che Scat conduca una doppia vita", aveva confidato Rebus all'amico, aggiungendo sconsolato: "Come scoprirlo?". "Lascia fare a me", lo rincuorò Jaf. Detto, progettato e fatto, in meno di due settimane.
Erba, un muretto, asfalto, pneumatici: lo spettacolo non era dei più avvincenti, ma Rebus sapeva di doversi abbassare al livello di un gatto. Asfalto, scarpe, pattini a rotelle, un altro micio...
Rebus accese una sigaretta, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. Fece bene. Scat si era fermato davanti a una porta, la porta si aprì e due pantofole pelose esclamarono: "Finalmente! Dove sei stato, brutto gattaccio?". E una mano allungò a Scat-il-traditore un piattino di latte. Pure sbeccato.
Chatman
Jamie entrò nella stanza: c'erano Amparo, The_Kid, Nathan, Floyd e Tango. "Ciao a tutti", Jamie digitò sulla tastiera. "Hallo, Jamie", salutò The_Kid, poi fu la volta di Tango: "Jamie, bentornato" e, via via, tutti gli altri.
Andarono avanti per un po', digitando del più e del meno; Tango e Floyd facevano i galletti multimediali con Amparo, l'unica donna della compagnia, vanificando gli sforzi di Jamie per tenere alto il livello della conversazione.
Suonarono le due: "Se mi scopre il guardiano notturno, lo dice al Capo", pensò Chatman. E, prima di coricarsi sulla branda, scollegò i suoi alter ego dalla zone e spense i sei computer.
Andarono avanti per un po', digitando del più e del meno; Tango e Floyd facevano i galletti multimediali con Amparo, l'unica donna della compagnia, vanificando gli sforzi di Jamie per tenere alto il livello della conversazione.
Suonarono le due: "Se mi scopre il guardiano notturno, lo dice al Capo", pensò Chatman. E, prima di coricarsi sulla branda, scollegò i suoi alter ego dalla zone e spense i sei computer.
Atto di contrizione
Scivolò silenziosamente nel suo letto, come faceva ogni notte da un paio di settimane, e subito cercò quel culone pastoso, nel quale affondare le mani fino a sentirle un tutt'uno con quella matassa di carne tremolante.
Lei, come le altre volte, non disse una parola, ma il suo respiro sempre più affannoso durante un successivo armeggiare gli fece capire che c'era. E ci fu, eccome se ci fu, quando si fece largo dentro di lei, accolto da un torrente di desiderio.
L'orgasmo arrivò in silenzio, per non svegliare le altre suore. E dopo che il giovane seminarista ebbe lasciato il suo letto, silenziosamente come si era presentato, la Superiora si ripromise che non gli avrebbe più concesso di farla peccare così. Poi, recitato un atto di contrizione, si girò sull'altro fianco e si addormentò.
Lei, come le altre volte, non disse una parola, ma il suo respiro sempre più affannoso durante un successivo armeggiare gli fece capire che c'era. E ci fu, eccome se ci fu, quando si fece largo dentro di lei, accolto da un torrente di desiderio.
L'orgasmo arrivò in silenzio, per non svegliare le altre suore. E dopo che il giovane seminarista ebbe lasciato il suo letto, silenziosamente come si era presentato, la Superiora si ripromise che non gli avrebbe più concesso di farla peccare così. Poi, recitato un atto di contrizione, si girò sull'altro fianco e si addormentò.
Testa a testa
"Sa, cara signora, che ha proprio una bella testa?", cinguettò il coiffeur Reno riportando all'ordine, con uno stizzito colpetto di spazzola, una ciocca ribelle finita in fuorigioco sulla tre quarti destra della nuca di Mrs. Flou.
"Oh, ma se avesse una brutta testa certo non la pettinerei", aggiunse subito dopo il parrucchiere, asciugandosi con uno svolazzo del mignolo l'invisibile goccia di sudore che stava rovinandogli la simmetria della fronte.
"Porti pazienza ancora un istante, mia cara", si spazientì per la ciocca recidiva, che non voleva proprio saperne di restare nel mucchio. "Sai che faccio? Ti taglio". E... zac, niente più ciocca, anche se di solito evitava di ricorrere a quell'espediente da barbiere dell'esercito.
Ma quando ci vuole ci vuole, e dopo quel colpo di forbice la testa di Mrs. Flou era perfetta. Così Reno la tolse dalla falsa colonna, l'avvolse amorevolmente in un foglio di cellophane e la sistemò nel congelatore, insieme alle altre. Poi consultò l'agenda: "Vediamo un po'... ore 15, Mrs. Rainbow".
"Oh, ma se avesse una brutta testa certo non la pettinerei", aggiunse subito dopo il parrucchiere, asciugandosi con uno svolazzo del mignolo l'invisibile goccia di sudore che stava rovinandogli la simmetria della fronte.
"Porti pazienza ancora un istante, mia cara", si spazientì per la ciocca recidiva, che non voleva proprio saperne di restare nel mucchio. "Sai che faccio? Ti taglio". E... zac, niente più ciocca, anche se di solito evitava di ricorrere a quell'espediente da barbiere dell'esercito.
Ma quando ci vuole ci vuole, e dopo quel colpo di forbice la testa di Mrs. Flou era perfetta. Così Reno la tolse dalla falsa colonna, l'avvolse amorevolmente in un foglio di cellophane e la sistemò nel congelatore, insieme alle altre. Poi consultò l'agenda: "Vediamo un po'... ore 15, Mrs. Rainbow".
L'albero di Natalino
Era un ometto insignificante come lo sono tutti gli ometti, i quali altrimenti sarebbero "omoni che incutono rispetto" o addirittura "grandi uomini".
Il padre gli aveva dato il nome del cantante preferito: Natalino Otto. Ma il nostro ometto non avrebbe mai amato lo swing italiano, e in aggiunta con il passare degli anni sviluppò come un seno, e coltivò come un orto un complesso d'inferiorità senza confini nei confronti di chi aveva ricevuto dalla vita il dono di chiamarsi Natale. Magari senza neppure esser nato - come lui - il 25 dicembre, anche se il padre di Natalino non si chiamava nè Dio nè Giuseppe, e la madre (ma quale Maria, Jole!) l'aveva lasciato a quattro anni con quel genitore sempre sopra le righe per seguire un venditore ambulante di croccanti nelle sagre di paese.
Complesso o non complesso, però, il Natale mancato finì per diventare - suo malgrado riconoscendosi nell'odiato diminutivo - un perfetto Natalino: impiego al Monte dei Pegni, camera ammobiliata sui Navigli (non ancora di moda), donne poche e sempre a pagamento.
Poi arrivò quell'inverno, nel quale l'ometto decise di riscattare in un colpo solo una vita di stenti morali e materiali: a Milano il più bell'albero di Natale sarebbe stato il suo.
A trovarlo fu un operaio del Comune, incaricato a metà gennaio di staccare le decorazioni dall'abete di piazza del Duomo. Natalino era riuscito a salire su su, fino in cima. Stecchito dal gelo, stringeva ancora nella mano destra la coda della cometa. E sorrideva.
Il padre gli aveva dato il nome del cantante preferito: Natalino Otto. Ma il nostro ometto non avrebbe mai amato lo swing italiano, e in aggiunta con il passare degli anni sviluppò come un seno, e coltivò come un orto un complesso d'inferiorità senza confini nei confronti di chi aveva ricevuto dalla vita il dono di chiamarsi Natale. Magari senza neppure esser nato - come lui - il 25 dicembre, anche se il padre di Natalino non si chiamava nè Dio nè Giuseppe, e la madre (ma quale Maria, Jole!) l'aveva lasciato a quattro anni con quel genitore sempre sopra le righe per seguire un venditore ambulante di croccanti nelle sagre di paese.
Complesso o non complesso, però, il Natale mancato finì per diventare - suo malgrado riconoscendosi nell'odiato diminutivo - un perfetto Natalino: impiego al Monte dei Pegni, camera ammobiliata sui Navigli (non ancora di moda), donne poche e sempre a pagamento.
Poi arrivò quell'inverno, nel quale l'ometto decise di riscattare in un colpo solo una vita di stenti morali e materiali: a Milano il più bell'albero di Natale sarebbe stato il suo.
A trovarlo fu un operaio del Comune, incaricato a metà gennaio di staccare le decorazioni dall'abete di piazza del Duomo. Natalino era riuscito a salire su su, fino in cima. Stecchito dal gelo, stringeva ancora nella mano destra la coda della cometa. E sorrideva.
L'attesa 2
La fronte imperlata di sudore, il boccale imperlato di birra, l'uomo era in attesa a un tavolino del bar vagamente liberty della stazione. Era grasso e indossava un abito chiaro, che - sebbene il sarto ce l'avesse messa tutta - lasciava le cose come stavano. A complicare la situazione provvedevano il panama troppo piccolo che sovrastava quel testone e le pozze formatesi sotto le ascelle, due mezzelune umide e giallastre che la sua vicina di tavolo notava con disgusto quando l'uomo alzava il bicchiere o infilava indice e medio della mano sinistra nel colletto della camicia.
Ma allora perché la donna, che stava leggendo l'inserto femminile di un quotidiano maschile, si era interrotta alla pagina delle terrazze-giardino e aveva iniziato a sporgersi impercettibilmente, ma costantemente nella direzione dell'altro? In un paio d'ore gli si sarebbe seduta in braccio, ma si fermò con largo anticipo.
"Sto aspettando mio figlio, sa", affermò con una punta di sussiego fuori luogo l'uomo grasso e sudato, che alla donna sembrava d'aver visto in un salotto televisivo, neanche ricordava più quale. Risolvendo con una certa eleganza una sopraggiunta gassosità da birra, l'uomo - di professione scrittore, ma guai a chiamarla così, la sua naturalmente era purissima arte -, rivolgendosi più a se stesso che all'occasionale compagna di conversazione, aggiunse: "Non lo vedo da un po'".
Per non sembrare scortese, la donna s'informò: "È stato in vacanza?". "Questo non glielo so dire - la meravigliò lo scrittore -. Veramente non lo vedo da sei o sette anni". A questo punto la donna doveva scegliere: fregarsene suo malgrado, e - in attesa del treno - riprendere la lettura dell'inserto patinato; soddisfare la propria dirompente curiosità, e buttar lì un paio di domande, quelle giuste.
Non ce ne fu il tempo: il treno superveloce, in un disperato stridore di freni, arrivò a destinazione e anche oltre. Regalando allo scrittore, che purtroppo non l'avrebbe mai saputo, l'onore del titolo di apertura nella prima pagina del giornale locale, e alla sua curiosissima vicina di tavolo il primo e ultimo briciolo di notorietà, sia pure in coabitazione.
Ma allora perché la donna, che stava leggendo l'inserto femminile di un quotidiano maschile, si era interrotta alla pagina delle terrazze-giardino e aveva iniziato a sporgersi impercettibilmente, ma costantemente nella direzione dell'altro? In un paio d'ore gli si sarebbe seduta in braccio, ma si fermò con largo anticipo.
"Sto aspettando mio figlio, sa", affermò con una punta di sussiego fuori luogo l'uomo grasso e sudato, che alla donna sembrava d'aver visto in un salotto televisivo, neanche ricordava più quale. Risolvendo con una certa eleganza una sopraggiunta gassosità da birra, l'uomo - di professione scrittore, ma guai a chiamarla così, la sua naturalmente era purissima arte -, rivolgendosi più a se stesso che all'occasionale compagna di conversazione, aggiunse: "Non lo vedo da un po'".
Per non sembrare scortese, la donna s'informò: "È stato in vacanza?". "Questo non glielo so dire - la meravigliò lo scrittore -. Veramente non lo vedo da sei o sette anni". A questo punto la donna doveva scegliere: fregarsene suo malgrado, e - in attesa del treno - riprendere la lettura dell'inserto patinato; soddisfare la propria dirompente curiosità, e buttar lì un paio di domande, quelle giuste.
Non ce ne fu il tempo: il treno superveloce, in un disperato stridore di freni, arrivò a destinazione e anche oltre. Regalando allo scrittore, che purtroppo non l'avrebbe mai saputo, l'onore del titolo di apertura nella prima pagina del giornale locale, e alla sua curiosissima vicina di tavolo il primo e ultimo briciolo di notorietà, sia pure in coabitazione.
L'attesa 1
Lo scrittore grasso sudava. Vestito di chiaro, con il vezzo del panama purtroppo per lui più piccolo di un'incollatura, sembrava un poliziotto sudamericano pronto per un appostamento al "Mocambo". Faceva caldo nella metropoli, quella domenica d'agosto, un caldo di quelli che t'incollano la maglietta della salute alla ciccia della schiena, se disponi di entrambe.
Ma lo scrittore, che pure era ben fornito, sudava anche e soprattutto per un altro motivo: il treno superveloce che aspettava tracannando una birra dopo l'altra, gli stava portando suo figlio. Non lo vedeva da anni, da quando aveva lasciato lui e la madre nell'ottusa città di provincia, per seguire più da vicino - s'era giustificato - le sorti del romanzo in grado di dargli la celebrità. Ma un mese prima la donna era morta in un incidente stradale, e i nonni avevano deciso che il ragazzo dovesse vivere con quel padre più stronzo che famoso.
"Come sarà? Mi assomiglierà? No, no, assomiglia da sempre a sua madre, non credo proprio che crescendo un ragazzo possa cambiare così drasticamente... E perché non arriva? Sono già alla quinta birra, questo treno che ha preso sarà superveloce, ma potrebbe pure spicciarsi. Lo so, lo so, sono arrivato con un'ora di anticipo, ma ricordavo male quel che mi aveva detto l'altra mattina per telefono. Anzi, me l'ero proprio scordato, già tanto che non ho sbagliato giorno... Cazzo, non avrò sbagliato giorno? No, impossibile, ho pensato che la sera avrei dovuto decidere se mollarlo in albergo, o portarlo con me nello studio televisivo dove registrerò una puntata di quel talk show per pubblicizzare il mio nuovo romanzo. La registrazione è stasera, ergo lui sarà qui nel pomeriggio. Ma presto, fa troppo caldo. Che venga a togliermi da questo limbo penoso. E questa donna? Sta male o vuole chiedermi qualcosa?".
La donna stava benissimo, voleva solo chiedergli se fosse effettivamente lo scrittore tal dei tali che una volta ogni sei mesi era ospite di quel salotto televisivo. Ma il treno superveloce arrivò se possibile ancora più velocemente, e rase al suolo lui, lei, il bar e l'edicola della stazione, lasciando un ragazzo di vent'anni completamente orfano e passabilmente ricco.
Ma lo scrittore, che pure era ben fornito, sudava anche e soprattutto per un altro motivo: il treno superveloce che aspettava tracannando una birra dopo l'altra, gli stava portando suo figlio. Non lo vedeva da anni, da quando aveva lasciato lui e la madre nell'ottusa città di provincia, per seguire più da vicino - s'era giustificato - le sorti del romanzo in grado di dargli la celebrità. Ma un mese prima la donna era morta in un incidente stradale, e i nonni avevano deciso che il ragazzo dovesse vivere con quel padre più stronzo che famoso.
"Come sarà? Mi assomiglierà? No, no, assomiglia da sempre a sua madre, non credo proprio che crescendo un ragazzo possa cambiare così drasticamente... E perché non arriva? Sono già alla quinta birra, questo treno che ha preso sarà superveloce, ma potrebbe pure spicciarsi. Lo so, lo so, sono arrivato con un'ora di anticipo, ma ricordavo male quel che mi aveva detto l'altra mattina per telefono. Anzi, me l'ero proprio scordato, già tanto che non ho sbagliato giorno... Cazzo, non avrò sbagliato giorno? No, impossibile, ho pensato che la sera avrei dovuto decidere se mollarlo in albergo, o portarlo con me nello studio televisivo dove registrerò una puntata di quel talk show per pubblicizzare il mio nuovo romanzo. La registrazione è stasera, ergo lui sarà qui nel pomeriggio. Ma presto, fa troppo caldo. Che venga a togliermi da questo limbo penoso. E questa donna? Sta male o vuole chiedermi qualcosa?".
La donna stava benissimo, voleva solo chiedergli se fosse effettivamente lo scrittore tal dei tali che una volta ogni sei mesi era ospite di quel salotto televisivo. Ma il treno superveloce arrivò se possibile ancora più velocemente, e rase al suolo lui, lei, il bar e l'edicola della stazione, lasciando un ragazzo di vent'anni completamente orfano e passabilmente ricco.
Il gioco di Napoleone
"Antoine, Antoine". Al richiamo, tenendo saldamente il codino nemico, uno dei ragazzi sbucati dalla boscaglia si voltò per conquistare l'approvazione del comandante. "Gliel'abbiamo fatta vedere, eh...".
"...eh sì, che gliel'abbiamo fatta vedere!". Il vecchio soldato sorrise al sigaro mezzo spento, continuando a lisciarsi meccanicamente la coscia. Tante battaglie aveva affrontato: molte vinte, qualcuna persa. Ma quel combattimento a palle di neve gli era caro quanto la più sofferta delle vittorie. Per la prima volta l'aveva ammirato all'opera: piccolo, furbissimo stratega.
L'avrebbe ritrovato, qualche anno dopo Brienne: il vigoroso artigliere che aveva preso il posto del collegiale tutto nervi, riconobbe nel Generale il condottiero di quell'esercito imberbe e infreddolito. Da allora, fu sempre con lui. Nell'euforia di Montenotte e nella disperazione di Abukir, nella fresca penombra di Notre-Dame e nel sudore di Baviera. Devoto e silenzioso testimone dell'altrui irresistibile ascesa.
Questo e altro pensava il vecchio soldato, fumando in faccia al sole che stava calando, come giorno dopo giorno calava la sua vista di falco. "Antoine, Antoine". Finalmente udì l'amata moglie che lo voleva per la cena. "Un momento, un momento, non ho ancora salutato il mio Generale", rispose alla donna che faticosamente si stava abituando alle sue stranezze. "Ha perso la testa per un'ombra... Povero marito mio", sospirò continuando a mescolare la minestra di pomodori.
Se avesse saputo... Prima di addormentarsi per sempre, quel piccolo uomo triste che una volta era stato il Generale e l'Imperatore aveva visitato i volti e i luoghi, le dame e le battaglie di una vita. In un respiro aveva riassaporato i profumi e gli aromi, in un fremito s'era ritrovato sulla pelle gli unguenti e le carezze. Ma l'ultimo pensiero, lo aveva conservato per quel gioioso combattimento sulla neve di Brienne. E l'ultimo saluto, Napoleone lo aveva rivolto al ragazzo Antoine, precoce custode della sua grandezza.
"...eh sì, che gliel'abbiamo fatta vedere!". Il vecchio soldato sorrise al sigaro mezzo spento, continuando a lisciarsi meccanicamente la coscia. Tante battaglie aveva affrontato: molte vinte, qualcuna persa. Ma quel combattimento a palle di neve gli era caro quanto la più sofferta delle vittorie. Per la prima volta l'aveva ammirato all'opera: piccolo, furbissimo stratega.
L'avrebbe ritrovato, qualche anno dopo Brienne: il vigoroso artigliere che aveva preso il posto del collegiale tutto nervi, riconobbe nel Generale il condottiero di quell'esercito imberbe e infreddolito. Da allora, fu sempre con lui. Nell'euforia di Montenotte e nella disperazione di Abukir, nella fresca penombra di Notre-Dame e nel sudore di Baviera. Devoto e silenzioso testimone dell'altrui irresistibile ascesa.
Questo e altro pensava il vecchio soldato, fumando in faccia al sole che stava calando, come giorno dopo giorno calava la sua vista di falco. "Antoine, Antoine". Finalmente udì l'amata moglie che lo voleva per la cena. "Un momento, un momento, non ho ancora salutato il mio Generale", rispose alla donna che faticosamente si stava abituando alle sue stranezze. "Ha perso la testa per un'ombra... Povero marito mio", sospirò continuando a mescolare la minestra di pomodori.
Se avesse saputo... Prima di addormentarsi per sempre, quel piccolo uomo triste che una volta era stato il Generale e l'Imperatore aveva visitato i volti e i luoghi, le dame e le battaglie di una vita. In un respiro aveva riassaporato i profumi e gli aromi, in un fremito s'era ritrovato sulla pelle gli unguenti e le carezze. Ma l'ultimo pensiero, lo aveva conservato per quel gioioso combattimento sulla neve di Brienne. E l'ultimo saluto, Napoleone lo aveva rivolto al ragazzo Antoine, precoce custode della sua grandezza.
La Caduta
Precipitava. Lontano, sul prato bagnato dalla notte, uomini e donne guardavano dalla sua parte, senza vedere nulla. Seduti su panche di pietra, davanti al cupo santuario del Rimorso, ascoltavano il prete cattolico che urlava parole di sfida.
La scena fece deviare il corso dei suoi pensieri, mentre attraversava in un lampo mondi mai visti. Ricordò le parole dell'Anziano: "La Caduta è un'esperienza che non dimenticherai". Fu in quel momento che il lago l'accolse, lavò via la polvere cosmica dalla sua fronte, rinfrescò la sua gola.
Abbagliato da quella luce, un bambino che non riusciva a prendere sonno espresse un desiderio. La stella cadente, esausta, riposava sul fondo. Fra non molto gli Anziani avrebbero gettato una rete per riportarla a casa.
La scena fece deviare il corso dei suoi pensieri, mentre attraversava in un lampo mondi mai visti. Ricordò le parole dell'Anziano: "La Caduta è un'esperienza che non dimenticherai". Fu in quel momento che il lago l'accolse, lavò via la polvere cosmica dalla sua fronte, rinfrescò la sua gola.
Abbagliato da quella luce, un bambino che non riusciva a prendere sonno espresse un desiderio. La stella cadente, esausta, riposava sul fondo. Fra non molto gli Anziani avrebbero gettato una rete per riportarla a casa.
01 settembre 2005
Un immenso favore
Il mio amico d'infanzia Custardoy diventa ogni giorno più pazzo e secondo me non c'è alcun dubbio che presto o tardi andrà a finire molto male. Mentre gli raccontavo dei gravi problemi che mi stava dando un potente personaggio della città deciso a perseguitare me e i miei parenti, l'imprenditore Jauralde, non gli venne in mente nient'altro che interrompermi a metà del discorso e dirmi: "Fermati qui. La storia di per sé non mi interessa, ne ho sentite di peggiori e anche di più strane. Però conosco la persona che ti può aiutare a risolverla. Te lo presento domani, lascia fare a me. Se interviene lui, non avrai più fastidi né persecuzioni".
Il giorno dopo ci incontrammo di nuovo nello stesso posto, uno dei bar del Hotel Palace di Madrid. Sono sempre tutti così affollati di gente che tratta affari importanti e discute di accordi e strategie segrete, che lì nessuno ha il tempo o la voglia di mettersi ad ascoltare quelli del tavolo accanto, ne hanno abbastanza di quello che si dice al loro. Quando arrivammo, la persona di cui mi aveva parlato ci stava già aspettando. Custardoy non aveva voluto dirmi niente - questo è molto tipico di lui - ma date le sue molte e varie conoscenze immaginavo che si trattasse di un qualche collega di Jauralde in grado di far pressione o avere un ascendente su di lui. L'uomo aveva posato una valigetta di sicurezza su una poltrona, si era piazzato a un tavolo da sei, nonostante fossimo solo in tre. Era vestito in modo tradizionale, in giacca e cravatta - una cravatta gialla piena di uccellini, l'unica cosa colorata - sembrava ricco ma trascurato, la giacca e i pantaloni, di eccellente qualità, erano lucidi per l'uso in alcuni punti. Custardoy me lo presentò come il signor Garay, ma questo non deve essere il suo vero nome e neppure uno pseudonimo abituale. Aveva circa quarant'anni e i capelli molto radi, che cercava di nascondere gonfiandoli, forse usava uno shampoo volumizzante, come lo chiamano, almeno credo. Portava un paio di occhiali con la montatura trasparente, che nel parlare scivolavano dalla cima alla punta del naso lucido di grasso, sfruttando la piccola gobba come un trampolino.
Dopo qualche banalità sul tempo (ma se aveva così caldo, perché non si toglieva la giacca?) e uno svogliato sondaggio sulla mia fede calcistica (il signor Garay con me però cascava male, le alterne vicende di Atletico e Real mi lasciavano assolutamente insensibile), finalmente arrivammo al dunque: "Il nostro comune amico Custardoy afferma che lei ha un problema con quel Jauralde", disse senza preoccuparsi di controllare il tono della voce, che a sorpresa risultò calda e pastosa.
"Non siamo qui per questo?", mi scappò detto con appena una punta d’irritazione, non prima d’aver ispezionato con occhiate apprensive i tavoli vicini, per capire se qualcuno l’avesse sentito. E in ogni caso il signor Garay finse d’ignorare, o forse proprio non si curò della mia reazione.
"Come vorrebbe risolverlo, questo suo problema?", mi chiese, e continuò: "Se posso darle un consiglio, scelga la soluzione definitiva. Sì, non lo nego, è la più costosa, ma quell’uomo smetterà di perseguitarla", e detto questo riprese a fissarmi con quei due occhi da rettile che aveva.
Lo confesso, ero turbato: Garay non mi piaceva, anzi, se devo essere sincero quell’uomo addirittura mi ripugnava, e m’innervosiva la sua valigetta, che per tutto il tempo aveva discretamente tenuto d’occhio.
"Non vorrà mica...", ma per l’agitazione non riuscii a completare la frase. "Si rilassi, far assassinare il suo Jauralde dal miglior killer sulla piazza di Madrid le costerebbe molto meno, ma crede davvero che risolverebbe definitivamente il suo problema?", dissipò i miei dubbi il signor Garay.
"Scusi, sa com’è, lei stava dicendo che...", farfugliai per azzittirmi quasi subito. Con quell’uomo non aveva senso giustificarsi: gli aspetti emotivi di una conversazione d’affari, più che disturbarlo, parevano non interessargli. Ricapitolai mentalmente: liberarmi di Jauralde mi sarebbe costato un occhio della testa; il signor Garay non avrebbe ucciso o fatto uccidere il mio aguzzino. Mi stavo rodendo dalla curiosità: in che modo quell’uomo ripugnante intendeva aiutarmi? E Custardoy, sapeva proprio tutto dei suoi metodi?
Ero senza parole. Un omicidio. Quell’idiota di Custardoy mi aveva portato un killer. Custardoy mi riempì il bicchiere di vino. "Guarda che questo è l'unico modo per liberarsi di uno come Jaralude. Quello è capace di tutto. Ti può dare fuoco pure al negozio di sport". A quel tempo avevo un negozio di sport ben avviato. Mi sarebbe dispiaciuto. Il killer mi osservava senza espressione e dondolava la testa come uno di quei cani di peluche che stanno dietro al lunotto delle macchine. Custardoy mi strinse il polso. "Stai a sentire a me. Ti levi il pensiero e via". Sudavo. Io mi slacciai due bottoni della camicia. "E quanto costerebbe il servizio?". Il killer aprì di nuovo l'agenda, inforcò degli occhiali d'oro e disse in tono professionale: "Ucciderlo con un fucile di precisione mentre esce la mattina di casa costa centomila dollari più l'affitto della stanza da cui sparo. Qualcosina di più per mettergli una bomba al plastico nella Mercedes. Se vuole una strage familiare, ossia che gli ammazzi anche i tre figli, la nuora, la filippina e Ringo, il Labrador, ce ne vogliono duecentomila". "Costosetta la cosa", mugolai. Custardoy mi disse con il tono di un venditore d'auto, "Garay è il migliore... Si fa pagare, ma sui risultati puoi stare tranquillo... Fa un lavoro pulito". Tutti quei soldi io non ce l'avevo. Avrei dovuto vendermi il negozio e la casa al mare. "E pagamenti dilazionati ne fa?", chiesi timidamente. "Forse in una soluzione da 48 comode rate mensili, eh?". Il killer fece segno di no con la testa. E Custardoy aggiunse: "Non è professionale". Incominciai a sospettare che quei due fossero in società. Sollevai le spalle. "E allora niente da fare. Non li troverò mai. Quel bastardo di Jaralude continuerà a rendermi la vita un inferno". Mi alzai dal tavolo depresso e bofonchiai un grazie. "Aspetta, non fare così! Una soluzione ci sarebbe. Torna qua", rifece Custardoy. Mi risedetti sbuffando."Tiralo fuori", disse il mio amico al killer. "Cosa?", balbettai. Il killer tirò fuori dalla valigia una bustina piena d'acqua chiusa con un elastico e la poggiò sul tavolo. Dentro ci nuotava un pesce. Come al luna park. Solo che non era un pesce rosso. Ma una specie di palla tutta punte, con le pinne e due occhi grandi e tristi. "Questo qui è un tetradon, un pesce palla che ha una vescica nell'intestino con dentro un veleno così letale che stecchisce in venti secondi un cavallo", disse Custardoy. "Per cento pesetas te lo do. E' un affare". "E che ci faccio?". "Jaralude tutti i giovedì va a mangiare da Hamasey, un ristorante giapponese al centro e ordina sushi. Tu arriverai qualche ora prima di lui e sostituirai il cameriere e gli porterai fettine di tetradon senza levargli la ghiandola e il gioco è fatto". Sorrise, si passò una mano nei suoi capelli voluminosi e disse: "Lo vedi che significa avere degli amici".
Omicidio per omicidio, tra duecentomila dollari e cento pesetas che cos’avreste scelto? E così, sul sedile del passeggero della mia datata berlina mi ritrovai quella palla puntuta, quel micidiale sacchetto di tetrodotossina che avrebbe tolto di mezzo per sempre il mio persecutore, un uomo tanto malvagio che aveva deciso di rovinare me e la mia famiglia senza neanche avermi mai visto in faccia.
Erano le cinque e quaranta del pomeriggio di martedì: avevo meno di due giorni per mettere a punto il piano, e se la fantasia, il coraggio o entrambi fossero venuti meno, avrei rimandato alla settimana successiva. Ebbi però una botta di fortuna: fermo davanti alla vetrina dell’"Hamasey" per un primo sopralluogo, vidi subito un cartello che in uno spagnolo non impeccabile chiamava a raccolta i camerieri disoccupati di tutta Madrid.
Guardai il mio volto riflesso nel grande acquario del ristorante, incrociando di sfuggita lo sguardo rassegnato di un'aragosta: il riporto avrebbe tenuto ancora qualche ora, ero vestito in modo presentabile, ma soprattutto – grazie a mia madre buonanima – potevo vantare tratti orientali che, pensavo, mi avrebbero dato una mano. Andò tutto liscio: avrei cominciato la mattina seguente, e dovetti solo convincere mia moglie che per un paio di giorni avrebbe potuto fare a meno di me nel negozio d’abbigliamento sportivo. I nostri affari, del resto, andavano troppo male perché qualche imprevisto li potesse danneggiare più di quanto avevano fatto Jauralde e l’apertura in fondo alla strada di quell’ignobile Mercatone del corpo libero, le cui truccatissime commesse non erano in grado di riconoscere il cotone makò dal filato sintetico più dozzinale.
Mercoledì svanì in un lampo. Prima di tornare a casa per la cena passai a fare visita al tetradon, che avevo parcheggiato nel monolocale dove incontravo la mia amante: come il mio aguzzino, aveva ancora poche ore da vivere. E come lui, lo ignorava.
Fu subito giovedì, il giorno del giudizio. Poco dopo la mezza, con il famelico Jauralde in attesa nella caotica sala da pranzo dell’"Hamasey", il ripugnante sacchetto di veleno neurotossico fu ucciso e sistemato in un piatto con tutta la creatività della quale ero capace. L’imprenditore divorò il "fugu" in un amen, e quasi subito mi presentai davanti al proprietario del ristorante con l’aria più sbattuta che potei: "Non mi reggo in piedi - biascicai -. Sa, la pressione…". Lasciai il locale, inseguito da uno sciame d’insulti in un giapponese da popolino, e mi rifugiai nel monolocale, dove – estrema offesa – pisciai nel vaso che aveva ospitato il tetradon.
La sera, mentre stavo cenando con mia moglie sulla veranda, squillò il telefono: Garay. Jauralde era morto, disse, e subito dopo mi ringraziò: l’imprenditore l’aveva ridotto in miseria, e da tempo sognava d’incontrare un coglione come me, che mettesse in pratica il suo progetto impossibile.
Grassetto: Javier Marìas
Corsivo: Niccolo Ammaniti
Il giorno dopo ci incontrammo di nuovo nello stesso posto, uno dei bar del Hotel Palace di Madrid. Sono sempre tutti così affollati di gente che tratta affari importanti e discute di accordi e strategie segrete, che lì nessuno ha il tempo o la voglia di mettersi ad ascoltare quelli del tavolo accanto, ne hanno abbastanza di quello che si dice al loro. Quando arrivammo, la persona di cui mi aveva parlato ci stava già aspettando. Custardoy non aveva voluto dirmi niente - questo è molto tipico di lui - ma date le sue molte e varie conoscenze immaginavo che si trattasse di un qualche collega di Jauralde in grado di far pressione o avere un ascendente su di lui. L'uomo aveva posato una valigetta di sicurezza su una poltrona, si era piazzato a un tavolo da sei, nonostante fossimo solo in tre. Era vestito in modo tradizionale, in giacca e cravatta - una cravatta gialla piena di uccellini, l'unica cosa colorata - sembrava ricco ma trascurato, la giacca e i pantaloni, di eccellente qualità, erano lucidi per l'uso in alcuni punti. Custardoy me lo presentò come il signor Garay, ma questo non deve essere il suo vero nome e neppure uno pseudonimo abituale. Aveva circa quarant'anni e i capelli molto radi, che cercava di nascondere gonfiandoli, forse usava uno shampoo volumizzante, come lo chiamano, almeno credo. Portava un paio di occhiali con la montatura trasparente, che nel parlare scivolavano dalla cima alla punta del naso lucido di grasso, sfruttando la piccola gobba come un trampolino.
Dopo qualche banalità sul tempo (ma se aveva così caldo, perché non si toglieva la giacca?) e uno svogliato sondaggio sulla mia fede calcistica (il signor Garay con me però cascava male, le alterne vicende di Atletico e Real mi lasciavano assolutamente insensibile), finalmente arrivammo al dunque: "Il nostro comune amico Custardoy afferma che lei ha un problema con quel Jauralde", disse senza preoccuparsi di controllare il tono della voce, che a sorpresa risultò calda e pastosa.
"Non siamo qui per questo?", mi scappò detto con appena una punta d’irritazione, non prima d’aver ispezionato con occhiate apprensive i tavoli vicini, per capire se qualcuno l’avesse sentito. E in ogni caso il signor Garay finse d’ignorare, o forse proprio non si curò della mia reazione.
"Come vorrebbe risolverlo, questo suo problema?", mi chiese, e continuò: "Se posso darle un consiglio, scelga la soluzione definitiva. Sì, non lo nego, è la più costosa, ma quell’uomo smetterà di perseguitarla", e detto questo riprese a fissarmi con quei due occhi da rettile che aveva.
Lo confesso, ero turbato: Garay non mi piaceva, anzi, se devo essere sincero quell’uomo addirittura mi ripugnava, e m’innervosiva la sua valigetta, che per tutto il tempo aveva discretamente tenuto d’occhio.
"Non vorrà mica...", ma per l’agitazione non riuscii a completare la frase. "Si rilassi, far assassinare il suo Jauralde dal miglior killer sulla piazza di Madrid le costerebbe molto meno, ma crede davvero che risolverebbe definitivamente il suo problema?", dissipò i miei dubbi il signor Garay.
"Scusi, sa com’è, lei stava dicendo che...", farfugliai per azzittirmi quasi subito. Con quell’uomo non aveva senso giustificarsi: gli aspetti emotivi di una conversazione d’affari, più che disturbarlo, parevano non interessargli. Ricapitolai mentalmente: liberarmi di Jauralde mi sarebbe costato un occhio della testa; il signor Garay non avrebbe ucciso o fatto uccidere il mio aguzzino. Mi stavo rodendo dalla curiosità: in che modo quell’uomo ripugnante intendeva aiutarmi? E Custardoy, sapeva proprio tutto dei suoi metodi?
Ero senza parole. Un omicidio. Quell’idiota di Custardoy mi aveva portato un killer. Custardoy mi riempì il bicchiere di vino. "Guarda che questo è l'unico modo per liberarsi di uno come Jaralude. Quello è capace di tutto. Ti può dare fuoco pure al negozio di sport". A quel tempo avevo un negozio di sport ben avviato. Mi sarebbe dispiaciuto. Il killer mi osservava senza espressione e dondolava la testa come uno di quei cani di peluche che stanno dietro al lunotto delle macchine. Custardoy mi strinse il polso. "Stai a sentire a me. Ti levi il pensiero e via". Sudavo. Io mi slacciai due bottoni della camicia. "E quanto costerebbe il servizio?". Il killer aprì di nuovo l'agenda, inforcò degli occhiali d'oro e disse in tono professionale: "Ucciderlo con un fucile di precisione mentre esce la mattina di casa costa centomila dollari più l'affitto della stanza da cui sparo. Qualcosina di più per mettergli una bomba al plastico nella Mercedes. Se vuole una strage familiare, ossia che gli ammazzi anche i tre figli, la nuora, la filippina e Ringo, il Labrador, ce ne vogliono duecentomila". "Costosetta la cosa", mugolai. Custardoy mi disse con il tono di un venditore d'auto, "Garay è il migliore... Si fa pagare, ma sui risultati puoi stare tranquillo... Fa un lavoro pulito". Tutti quei soldi io non ce l'avevo. Avrei dovuto vendermi il negozio e la casa al mare. "E pagamenti dilazionati ne fa?", chiesi timidamente. "Forse in una soluzione da 48 comode rate mensili, eh?". Il killer fece segno di no con la testa. E Custardoy aggiunse: "Non è professionale". Incominciai a sospettare che quei due fossero in società. Sollevai le spalle. "E allora niente da fare. Non li troverò mai. Quel bastardo di Jaralude continuerà a rendermi la vita un inferno". Mi alzai dal tavolo depresso e bofonchiai un grazie. "Aspetta, non fare così! Una soluzione ci sarebbe. Torna qua", rifece Custardoy. Mi risedetti sbuffando."Tiralo fuori", disse il mio amico al killer. "Cosa?", balbettai. Il killer tirò fuori dalla valigia una bustina piena d'acqua chiusa con un elastico e la poggiò sul tavolo. Dentro ci nuotava un pesce. Come al luna park. Solo che non era un pesce rosso. Ma una specie di palla tutta punte, con le pinne e due occhi grandi e tristi. "Questo qui è un tetradon, un pesce palla che ha una vescica nell'intestino con dentro un veleno così letale che stecchisce in venti secondi un cavallo", disse Custardoy. "Per cento pesetas te lo do. E' un affare". "E che ci faccio?". "Jaralude tutti i giovedì va a mangiare da Hamasey, un ristorante giapponese al centro e ordina sushi. Tu arriverai qualche ora prima di lui e sostituirai il cameriere e gli porterai fettine di tetradon senza levargli la ghiandola e il gioco è fatto". Sorrise, si passò una mano nei suoi capelli voluminosi e disse: "Lo vedi che significa avere degli amici".
Omicidio per omicidio, tra duecentomila dollari e cento pesetas che cos’avreste scelto? E così, sul sedile del passeggero della mia datata berlina mi ritrovai quella palla puntuta, quel micidiale sacchetto di tetrodotossina che avrebbe tolto di mezzo per sempre il mio persecutore, un uomo tanto malvagio che aveva deciso di rovinare me e la mia famiglia senza neanche avermi mai visto in faccia.
Erano le cinque e quaranta del pomeriggio di martedì: avevo meno di due giorni per mettere a punto il piano, e se la fantasia, il coraggio o entrambi fossero venuti meno, avrei rimandato alla settimana successiva. Ebbi però una botta di fortuna: fermo davanti alla vetrina dell’"Hamasey" per un primo sopralluogo, vidi subito un cartello che in uno spagnolo non impeccabile chiamava a raccolta i camerieri disoccupati di tutta Madrid.
Guardai il mio volto riflesso nel grande acquario del ristorante, incrociando di sfuggita lo sguardo rassegnato di un'aragosta: il riporto avrebbe tenuto ancora qualche ora, ero vestito in modo presentabile, ma soprattutto – grazie a mia madre buonanima – potevo vantare tratti orientali che, pensavo, mi avrebbero dato una mano. Andò tutto liscio: avrei cominciato la mattina seguente, e dovetti solo convincere mia moglie che per un paio di giorni avrebbe potuto fare a meno di me nel negozio d’abbigliamento sportivo. I nostri affari, del resto, andavano troppo male perché qualche imprevisto li potesse danneggiare più di quanto avevano fatto Jauralde e l’apertura in fondo alla strada di quell’ignobile Mercatone del corpo libero, le cui truccatissime commesse non erano in grado di riconoscere il cotone makò dal filato sintetico più dozzinale.
Mercoledì svanì in un lampo. Prima di tornare a casa per la cena passai a fare visita al tetradon, che avevo parcheggiato nel monolocale dove incontravo la mia amante: come il mio aguzzino, aveva ancora poche ore da vivere. E come lui, lo ignorava.
Fu subito giovedì, il giorno del giudizio. Poco dopo la mezza, con il famelico Jauralde in attesa nella caotica sala da pranzo dell’"Hamasey", il ripugnante sacchetto di veleno neurotossico fu ucciso e sistemato in un piatto con tutta la creatività della quale ero capace. L’imprenditore divorò il "fugu" in un amen, e quasi subito mi presentai davanti al proprietario del ristorante con l’aria più sbattuta che potei: "Non mi reggo in piedi - biascicai -. Sa, la pressione…". Lasciai il locale, inseguito da uno sciame d’insulti in un giapponese da popolino, e mi rifugiai nel monolocale, dove – estrema offesa – pisciai nel vaso che aveva ospitato il tetradon.
La sera, mentre stavo cenando con mia moglie sulla veranda, squillò il telefono: Garay. Jauralde era morto, disse, e subito dopo mi ringraziò: l’imprenditore l’aveva ridotto in miseria, e da tempo sognava d’incontrare un coglione come me, che mettesse in pratica il suo progetto impossibile.
Grassetto: Javier Marìas
Corsivo: Niccolo Ammaniti
31 agosto 2005
Just Married 2525
John, la donna diventata uomo, lanciò una sbirciatina con l'occhio sinistro - quello verde - a Mary, l'uomo diventato donna, mentre l'occhio destro - blu marino - teneva sotto controllo l'orologio sistemato strategicamente a fianco del tabernacolo. Mary sorrise, scoprendo il canino di titanio che aveva fatto impazzire la videocamera di John in occasione del loro primo incontro, sul canale #Cambio.di.sesso.
John sentì un brivido scivolargli lungo la schiena, ma non era piacere, bensì un cubetto di ghiaccio sintetico che Double, il piccolo ermafrodita, gli aveva infilato nella scollatura posteriore del lungo abito bianco.
"Se l'acchiappo, glielo taglio", digitò stizzito sul piccolo computer che si era fatto inserire nel palmo della mano destra. Ma subito se ne pentì: Double si manteneva agli studi mostrando il pisello alle compagne, la farfallina ai compagni e tutti e due alla maestra.
"John... John... Jooohn!": il vocione impastato di monsignor Sdilinquo Jr. lo fece sobbalzare. "John, tesoro, vuoi o no portarti a casa questa Mary qui? Stiamo tutti aspettando un cazzo di risposta: io, Mary, i vostri invitati, se si possono ritenere tali, e forse anche Domineddio".
Mary sorrise di nuovo, e la luce sprizzata dal canino di titanio si scontrò con quella, molto più volgare, lanciata da un incisivo d'oro del prete. Il risultato fu una stella cometa che si materializzò all'incirca a metà strada: "Cazzo, Mary, va bene che da uomo facevi il mago, ma dacci un taglio con i tuoi trucchi da varietà del XX secolo", sbottò John tirandole una falda della marsina.
Parole che nessuno udì, John compreso, coperte come erano state dalla tremenda marcia nuziale jungle che il chierichetto-jay aveva fatto partire per errore. "Fingiamo che abbiate detto di sì e adesso levatevi dalle palle, che prima di pranzo devo celebrare ancora sedici o diciassette matrimoni", tagliò corto monsignor Sdilinquo Jr. in un trionfo d'aglio.
"Mary", disse John. "John", disse Mary, e poi nessuno disse più niente, tutti si baciarono e il resto, finchè la milizia cattolica non cominciò a mulinare gli sfollagente a onde cerebrali e in un amen i banchi si svuotarono e subito si riempirono e davanti a monsignore si presentarono i due canguri parlanti protagonisti di un serial pomeridiano, che erano finalmente riusciti a ottenere la dispensa papale per potersi sposare in chiesa.
Nonostante il sarto di lei avesse fatto miracoli, tutti notarono che il marsupio era occupato. Qualcuno disapprovò rumorosamente, altri si diedero di gomito trattenendo le risate come a scuola, infine scese il silenzio.
Monsignor Sdilinquo Jr. bevve un goccio di gin santo da una fiaschetta che teneva sotto la cotta, ruttò e si rivolse ai due canguri: "Forza, carini, che prima di pranzo devo celebrare ancora quindici o sedici matrimoni", esclamò facendo l'occhiolino al chierichetto.
John sentì un brivido scivolargli lungo la schiena, ma non era piacere, bensì un cubetto di ghiaccio sintetico che Double, il piccolo ermafrodita, gli aveva infilato nella scollatura posteriore del lungo abito bianco.
"Se l'acchiappo, glielo taglio", digitò stizzito sul piccolo computer che si era fatto inserire nel palmo della mano destra. Ma subito se ne pentì: Double si manteneva agli studi mostrando il pisello alle compagne, la farfallina ai compagni e tutti e due alla maestra.
"John... John... Jooohn!": il vocione impastato di monsignor Sdilinquo Jr. lo fece sobbalzare. "John, tesoro, vuoi o no portarti a casa questa Mary qui? Stiamo tutti aspettando un cazzo di risposta: io, Mary, i vostri invitati, se si possono ritenere tali, e forse anche Domineddio".
Mary sorrise di nuovo, e la luce sprizzata dal canino di titanio si scontrò con quella, molto più volgare, lanciata da un incisivo d'oro del prete. Il risultato fu una stella cometa che si materializzò all'incirca a metà strada: "Cazzo, Mary, va bene che da uomo facevi il mago, ma dacci un taglio con i tuoi trucchi da varietà del XX secolo", sbottò John tirandole una falda della marsina.
Parole che nessuno udì, John compreso, coperte come erano state dalla tremenda marcia nuziale jungle che il chierichetto-jay aveva fatto partire per errore. "Fingiamo che abbiate detto di sì e adesso levatevi dalle palle, che prima di pranzo devo celebrare ancora sedici o diciassette matrimoni", tagliò corto monsignor Sdilinquo Jr. in un trionfo d'aglio.
"Mary", disse John. "John", disse Mary, e poi nessuno disse più niente, tutti si baciarono e il resto, finchè la milizia cattolica non cominciò a mulinare gli sfollagente a onde cerebrali e in un amen i banchi si svuotarono e subito si riempirono e davanti a monsignore si presentarono i due canguri parlanti protagonisti di un serial pomeridiano, che erano finalmente riusciti a ottenere la dispensa papale per potersi sposare in chiesa.
Nonostante il sarto di lei avesse fatto miracoli, tutti notarono che il marsupio era occupato. Qualcuno disapprovò rumorosamente, altri si diedero di gomito trattenendo le risate come a scuola, infine scese il silenzio.
Monsignor Sdilinquo Jr. bevve un goccio di gin santo da una fiaschetta che teneva sotto la cotta, ruttò e si rivolse ai due canguri: "Forza, carini, che prima di pranzo devo celebrare ancora quindici o sedici matrimoni", esclamò facendo l'occhiolino al chierichetto.
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